Andrea Dovizioso: storia di un campione scopertosi campione

La stagione 2017 lo sta consacrando come grande protagonista. Andrea da Forlimpopoli è il volto bello della MotoGP

Motomondiale 2017 - Quattro vittorie nel campionato del mondo in corso, cinque nelle ultime quattordici gare, se contiamo anche quella ottenuta in Malesia sul finire della stagione 2016. Eppure, è servita la splendida impresa di Silverstone per riuscire a far decretare Andrea Dovizioso come fenomeno attuale del campionato del Mondo MotoGP. E' una questione di approcci a ben vedere, perchè è lo stesso Andrea ad aver creato il "non personaggio" Dovizioso, ed in fondo, era sempre stato bello cosi. "Dovi? Ottimo pilota, fenomenale collaudatore certo. Però..." ecco, quel però è svanito, sbloccatosi evidentemente in quella vittoria a Sepang sotto l'umido. Era una affermazione nel vero senso della parola, un "ci sono anche io" contro fato avverso, destino, contro se stessi ed i pregiudizi altrui.

Era la consacrazione propria in una stagione in cui avevano vinto altri otto piloti. Un percorso evidentemente maturato dopo quel trionfo di Iannone in Austria, dopo quelle vittorie solo sfiorate in Qatar. Poi quella consacrazione. Perchè da quel momento, nello sguardo di Dovizioso si è instillata una scintilla. Aveva deciso di continuare il suo cammino con Borgo Panigale, nonostante una riduzione dello stipendio, nonostante chiunque avesse nella propria mente ancor di più il suo ruolo designato con l'arrivo di Jorge Lorenzo.

Tutti lo immaginavano....ma Andrea nel silenzio dell'inverno aveva maturato evidentemente qualcosa dentro. Non lo dicevano appassionati, osservatori, e nemmeno lui stesso. Quelle parole venivano da chi lo conosceva e lo viveva bene, come ad esempio Davide Tardozzi: "Fate attenzione a Dovizioso. Quest'anno ha uno sguardo diverso".

Sembrava invece il solito anno dopo quel secondo posto iniziale in Qatar. L'ennesima occasione sprecata. Figuriamoci, non bastavano i vari Rossi o Marquez, ora era giunto anche quel Vinales a dominare. La caduta in Argentina, sfortunata, la debacle di Austin...insomma: ennesima stagione per Borgo Panigale da catalogare tra le occasioni, tra le potenziali prestazioni, tra le spiegazioni. Non se ne faceva troppo una colpa al Dovi, anche perchè, dall'altro lato, colui che era stato designato per stare in vetta, era uno dei "fantastici quattro", quell'Jorge Lorenzo che invece, arrancava nella sua naturale ricerca di un feeling con una moto cosi complicata.

Lui è rimasto silente. Analitico, obiettivo nel capire una moto che nel bailamme tra Yamaha e Honda continuava il suo percorso di crescita., fino a diventare una macchina praticamente perfetta al Mugello. Quella vittoria di Andrea, di un italiano su una moto italiana in Italia era un qualcosa di unico, un'impresa di Pirro da celebrare e porgere tra le teche delle storie belle che il motociclismo sapeva raccontare. Si, anche se sembrava essere un exploit.

D'altronde, la storia utilizzata in maniera demagogica, seppur supportata dai fatti, raccontava di un Dovizioso che negli anni, da fenomeno della 125, dove vinse un mondiale contro Locatelli, passò ad essere "semplicemente" un grande combattente fedele a casa Honda in 250, contro la superufficiale RSA di casa Aprilia proprio di Jorge Lorenzo.

Titoli sfiorati, vittorie si arrivate, ma sempre con quell'idea di pilota a cui mancasse qualcosina per essere un fenomeno. Era un percorso che lo portò comunque alla MotoGP. No, non da ufficiale ma con il team Scot di Cirano Mularoni. Il suo team, dove diede saggio della sua bravura.

Lampi di classe certo, ma da privato. Ed allora eccola l'occasione, il passaggio in HRC, compagno di fenomeni come Pedrosa o Stoner. Anni dove però, la stessa Honda doveva rincorrere in termini tecnici. I mezzi non mancavano, era la 800 di Tokio da rimettere a posto. Ed allora, ecco la fama del Dovizioso collaudatore, fine e novello Mister Wolf del motociclismo. Non raccolse quanto dovuto, con le malelingue che sbandieravano quell'unica vittoria a Donington, invero anche un poco fortunosa.

Giusto, ma in pochi si ricordano le sue grandi prestazioni nel 2011. Podi - di cui uno molto bello al Mugello - che gli diedero in dote il terzo gradino in campionato. La sensazione però rimaneva aleatoria. "Ha fallito con Honda" si sussurrava. Decide di rimettersi in gioco. E chi vide la retrocessione nel team Tech-3 come un ripiego evidentemente non ha mai amato le sfide. Puntava alla Yamaha ufficiale Andrea, sfoggiando prestazioni maiuscole con quella moto privata che di certo non andava come gli esemplari di Rossi e Lorenzo. Si, quel Lorenzo che intanto conquistava titoli iridati e vittorie.

Andrea continuava la sua carriera. Evidentemente, quegli anni in HRC non erano la sua giusta affermazione. Lui però sembrava condannato a risolvere i problemi altrui. Dalla Honda tornata vincente, passò in Ducati. Anni bui, difficili. "L'anno più duro il 2013 con Ducati. Era tosto, frustrante". Un percorso difficile, lento, duro, romantico. Si, romantico perchè Andrea in questi anni ha riportato in alto Ducati. Progressivamente, gradino dopo gradino, passo dopo passo. Dalle soddisfazioni riguardo ai distacchi contenuti ai podi con Gigi Dall'Igna al timone. Fino ad oggi che quella stessa Ducati lo ha cambiato.

Perchè è pur vero che il Dovizioso di oggi è più cattivo, aggressivo, ma sopratutto, è cosciente ancor di più di potersela giocare. Quella vittoria del Mugello un exploit? Ci può stare. La successiva a Barcellona dettata da condizioni dell'asfalto particolari? Si certo. Eppure qualcosa era scattato. Ed allora, le due imperiali e monumentali vittorie di Spielberg e di Silverstone sono solo la prova di quanto visto. C'è un Andrea nuovo in città.

I fenomeni "divini" che rispondono al nome di Marquez, Vinales, Lorenzo, Pedrosa e Rossi se ne sono accorti: ora nell'Olimpo c'è anche il ragazzo di Forlimpopoli, che ha dovuto lottare con se stesso e gli altri per arrivare a quel livello, ed ora ha la fame di vittoria chi vede la cima della montagna dall'alto, mantenendo quell'umiltà di chi ha faticato e patito per anni.

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