Moto3: italiani, a metà stagione mezza delusione?

Fra i "giovani leoni" italiani solo Fenati in lizza per il titolo

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A metà stagione il mondiale Moto3 si è fin qui diviso in tre campionati: quello dominato dalla Honda, quello rincorso dalla Ktm, quello abbandonato dalla Mahindra. I piloti in sella alle duemmezzo monociclindriche 4 t. della Casa dell’Ala dorata hanno fatto il buono e cattivo tempo vincendo ben otto delle nove gare effettuate. E’ vero, Mir – vedi i suoi cinque successi- ha dimostrato di avere… mezza marcia in più ma sulle Honda hanno vinto anche Fenati 1 volta (che è giunto anche quattro volte secondo!) e Canet (due volte) e diversi altri sono saliti sul podio (compreso Di Giannantonio tre volte secondo! ecc.) occupando quasi completamente la top five e spesso quasi tutte le caselle della top ten.

Tali risultati al limite del “cappotto” sono stati ottenuti su circuiti dalle diverse conformazioni e in condizioni di meteo diverse a dimostrazione della superiorità (lieve ma netta) delle Honda rispetto alle moto concorrenti.

La classifica generale ne è la logica conseguenza con ben 6 Honda in testa: 1° Mir (165 punti), 2° Fenati (128), 3° Canet out al Ring per caduta, (110), 4° Martin assente al Sachsenring (89), 5° Di Giannantonio (85), sesto McPhee (83). Il primo pilota non Honda è Ramirez su Ktm (7° con 79 punti) seguito da Migno sempre su Ktm (78) davanti all’altra Honda di Bastianini 9° (59), quindi quattro Ktm: Guevara 10° (58), 11° Bulega (54), Oettl 12° (41), Danny Binder 13° (35). Gli altri italiani: 19° Antonelli (Ktm 16 punti), 25° Bezzecchi (Mahindra, 19° 4 punti), 27° Dalla Porta (Mahindra 2 punti), 28° Arbolino (Honda 2 punti), 31° Pagliani (Mahindra 0 punti).

Tagliamo corto. Il mondiale è oggi in mano a Mir e l’unico italiano in grado di battersi per il titolo 2017 è Fenati cui serve adesso il colpo di reni. Mir è un vincente e non lo si mette dietro con l’astuzia, ma solo di forza. O Fenati, pilota di sostanza cui serve la consapevolezza piena che l’impresa è possibile, tira fuori gli artigli affilati o il titolo non arriva neppure quest’anno, dopo sei anni di tentativi.

Gli altri italiani – a meno di un miracolo - sono fuori gioco dalla lotta per il titolo ma alcuni di loro (in primis Di Giannantonio, Bulega, Migno, Bastianini) possono vincere singole gare ed essere decisivi – indirettamente - nel braccio di ferro fra Mir e Fenati (più Canet e Martin). Tant’è possa sembrare l’opposto o si dica il contrario per i piloti italiani la peggior disgrazia è che vinca un altro … italiano. I motivi sono facilmente comprensibili.

La folta pattuglia degli italiani (10 piloti in pista) vista in blocco e nella logica del bicchiere mezzo vuoto ha fin qui deluso, pur avendo spesso esercitato un ruolo da protagonista ma di limitato costrutto. Si salva – ripetiamo - il più stagionato ed esperto Fenati che però è nella morsa degli juniores Mir, Canet, Martin. Deludono – con pesi diversi dovuti anche alle diverse esperienze e alle moto diverse - Bastianini, Antonelli, Dalla Porta, Pagliani. Bezzecchi è il primo sulle Mahindra e questo non è poco. Sta crescendo e promette molto bene il rookissimo Toni Arbolino chiamato (a Misano?) al non impossibile colpaccio.

In sospensione il giudizio su Migno e Bulega, i due piloti del Team Sky VR46 di Valentino Rossi, cioè della struttura economicamente, organizzativamente, mediaticamente più forte con risultati fin ora non adeguati agli investimenti e alle aspettative. La bella vittoria nel trenino del Mugello resta scritta e permette a Migno di tenere la testa alta anche se una rondine non fa primavera e i piazzamenti fin qui (un quinto, due volte sesto, due volte ottavo ecc.) non sono esaltanti, tanto meno le qualifiche (le migliori: un settimo e due ottavi posti) a dimostrazione di un passista che ha difficoltà a svettare.

Diverso Bulega, cui è fin ora mancata la ciliegina sulla torta della vittoria, sfiorando il podio e dimostrando di camminar forte con ottime qualifiche (due volte secondo, due volte terzo, tre volte quarto, un quinto ecc.). Al di là delle simpatie o antipatie, qui il pilota c’è – professionista di alto profilo seppur in fieri - spesso frenato da guigne e anche da qualche svarione… di gioventù. Qui c’è stato un limite di impostazione strategica da parte del Team e dintorni che ha presentato Nicolò, dopo alcuni exploit del 2016, come sicuro “mattatore” del 2017 alimentando aspettative esagerate che non aiutano la crescita di un ragazzo di 17 anni. C’è da sperare che nella seconda parte di stagione Bulega riesca a tradurre in risultati più eclatanti il pur notevole potenziale di cui dispone che non può essersi liquefatto per colpa di un maleficio o di qualche intervista di troppo. In caso contrario c’è il rischio di frustrazione e di ripiegamento, con il passaggio (programmato) in Moto2 che rischierebbe di diventare un salto nel buio invece che il reale trampolino di lancio verso la MotoGP.

Ci ripetiamo: fra i piloti della categoria cadetta sotto i 20 anni, i 17enni Fabio Di Giannantonio e Nicolò Bulega sono gli italiani di maggior talento. Il rischio è che per esigenze extra sportive vengano bruciati sull’altare di una Moto3 show-business che sta prendendo dalla MotoGP più difetti che pregi.

In questo quadro c’è anche il rischio che per alcuni dei nostri (ma non solo dei nostri) questa sia una stagione da dimenticare perché impossibilitati a rimanere nel mondiale Moto3. La logica dei piloti con la “valigia” non perdona. O vinci e cominciano onori e soldi o, senza risultati, corri solo se paghi (molto). La Moto3 è in crescita professionalmente, tecnicamente e agonisticamente. Ma crescono al contempo contraddizioni e limiti che taglieranno le ali a molti piloti e ai loro sogni di gloria.

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