Sognavo Valentino, Valentino mi ha salvata

Valentino Rossi avrà pure perso la gara del Mugello, ma ha salvato una ragazza appassionata di MotoGP. E neppure lo sa. Vi racconto del singolare viaggio di Laura, che grazie alla moto e a un certo Valentino Rossi ha attraversato i sogni e soprattutto la realtà.

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Noi motociclisti ci sentiamo spesso muovere delle critiche su alcuni aspetti della nostra passione. Alcune, va detto, possono anche essere condivisibili, e forse noiose: la moto è pericolosa, è vero. E’ un rischio che decidiamo di correre, più o meno coscientemente. Possibile che sia sempre la prima cosa che ci sentiamo dire? Altre critiche magari ci compiacciono e ci divertono, come quando ci dicono che siamo sporchi e rumorosi, che non ci laviamo mai i denti e che siamo degli inguaribili fanfaroni. Tutto vero. Ma non si capisce dove sia il problema...

Altre fanno sorridere a denti stretti, soprattutto quando sentiamo certe bizzarre e improvvisate interpretazioni che di psicologico hanno solo una lontana idea, come quando il saggio di turno ci rivela che cavalcare una moto sarebbe una compensazione di qualche ideale castigato, o peggio ancora di qualche insoddisfacente dimensione anatomica... Un mio caro amico liquidava laconicamente queste uscite: le solite ca*°@te che dice chi non è mai andato in moto. Qualche tempo fa parlavo con un conoscente che criticava la nostra passione sostenendo che la moto è in fondo una pratica solitaria, in cui il motociclista sostanzialmente si chiude in una relazione privata con la propria motocicletta, dove tutto il resto non conta.

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E in effetti tutti sappiamo quanto la relazione del motociclista con la propria moto è in qualche modo esclusiva. Tutti abbiamo almeno una volta sussurrato parole d’amore alla nostra ferraglia. Tutti ricordiamo il bacio di Valentino Rossi alla sua Yamaha M1 a Welkom nel 2004 dopo una epocale battaglia con il rivale di sempre Max Biaggi. E forse tutti conserviamo da qualche parte dentro di noi l’immagine mitica del motociclista solitario che attraversa da solo il mondo e non si lascia raggiungere da nessuno. Non sono riuscito a dargli torto, anche se forse avrei voluto. Mi sentivo sminuito nella mia passione e un tantino offeso. La moto non si può ridurre solo a questo.

Proprio in questi giorni ho ascoltato una storia da una paziente che è venuta a farmi visita di recente, e che mi ha illuminato su quel punto che quel mio conoscente aveva sollecitato. E’ una storia che vorrei raccontare, a lui e a voi, senza volerla trasformare in un caso clinico, né condirla con roboanti interpretazioni psicologiche. E’ una storia in cui la realtà dimostra che è più forte delle fantasie, e non serve aggiungere altro.

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Laura ha un sorriso di quelli che da soli bastano ad affrontare le miserie di questo mondo, solo velato da un sapore di preoccupazione. Gli occhi grandi, anche quelli non aiutano a nascondere il ricordo della paura. Lo sguardo è attento, profondo, contiene delle domande importanti. E’ giovane, indossa una paio di jeans e una felpa. Da poco si è lasciata alle spalle una situazione che la faceva soffrire. Da alcuni anni aveva incontrato un uomo di cui si era innamorata, e con cui stava bene. Dopo un certo periodo i due fidanzati decidono di cogliere un’opportunità, e vanno a vivere insieme in una casa un po’ isolata sulle colline, lontano dalla città.

All’inizio Laura è entusiasta e affronta la sfida: lavora per sistemare la casa insieme al compagno, si misura anche con la coltivazione della terra, si impegna in un progetto che però col tempo comincia a sentire che non è suo, ma del compagno. Non lo vuole deludere, o forse teme di ferirlo. Comincia a poco a poco a sentirne la fragilità, ha paura di fargli del male. Stringe i denti. E’ una realtà che le sta stretta, ma non trova la forza di ribellarsi. Lascia il lavoro. Comincia a diradare le frequentazioni con gli amici, da cui già si era un po’ allontanata, fino a non vederli più. Per diversi anni Laura è rimasta sola, con il suo compagno, a cui non riusciva neanche a dire che stesse male. L’amore si è consumato, stare insieme è diventata una routine disperata, di solitudine.

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Laura è una motociclista. Non ha una moto, ma non fa alcuna differenza. Guarda la MotoGP in televisione da sempre, e da sempre è una fan di Valentino Rossi. E allora un giorno decide che si può cambiare. Che deve voltare pagina. Vuole conoscere Valentino. Dentro di sé sente che c’è un vuoto, sogna che Valentino lo possa colmare. Ormai è decisa, e una mattina in silenzio mette poche cose nello zaino, lo smartphone che da tempo contiene in rubrica un solo numero di telefono. Si lascia indietro la casa sulle colline, e col suo bravo trenino raggiunge il Mugello. Lì troverà Valentino.

Torna dal Mugello dopo una settimana, senza aver incontrato Valentino, l’ha solo inseguito e indovinato da qualche parte in mezzo al frastuono di gente e di motori. Ma ha incontrato molte altre persone, molti sorrisi, molte storie. Ha ripreso a sorridere anche lei, forse perché ha incontrato soprattutto una parte di sé, quella che ama stare con gli altri e che ne ha bisogno. Il Mugello è una bolgia frenetica di gente che va e viene, e tutti condividono la passione per la moto, il panino e la birra, la loro storia, un lembo di prato per riposare. Si sta tutti vicini, lo spazio privato non esiste, è la Woodstock delle moto. L’esatto opposto di una casetta solitaria, silenziosa, dove nessuno ti viene a trovare.

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Laura mi parla della sua storia perché ha capito che cambiare è difficile, che schioccando le dita non scompaiono per magia gli affanni del passato, e le ferite non smettono di fare male, ma cambiare è possibile. Ha trovato una sistemazione provvisoria, dove ha trasferito alcune cose della sua vecchia vita e dove ha preparato uno spazio per le cose nuove che avrà da adesso in poi. C’è un poster di Valentino, c’è il progetto di comprare una moto, c’è la consapevolezza di non voler più essere soli.

Laura mi ha ricordato che le fantasie grandiose, narcisistiche, ce le abbiamo tutti, motociclisti e non. E ne abbiamo bisogno, per provare a conquistarci il nostro spazio nel mondo. Ma lo stare da soli con i propri sogni non fa parte del mondo del motociclismo. Quando siamo in moto non siamo mai da soli, anche se a guardarci da fuori potrebbe sembrare così. Laura è salita in moto per tornare nel mondo di tutti, ha perso lungo la strada un pezzo dei suoi sogni, e forse è più vicina a trasformarne altri in realtà. E forse anche per noi, in fondo, è un po’ così. I vari Renegade e i motociclisti solitari, che nessuno li può raggiungere, li lasciamo andare, appartengono al mondo della fantasia.

Il dottor Stranamoto


logo-stranamoto-1.jpgE infine le presentazioni

. Scrivere di psicologia e motociclismo è una pratica ancora abbastanza inesplorata (con alcune interessanti eccezioni). Per farlo occorre almeno un po’ di esperienza in entrambi i campi, e la voglia di mettere da parte il timore di incappare in certi madornali errori, del tipo “Adesso ti spiego io il perché e il percome delle cose che fai” ... “Compreso l’andare in moto?” “SOPRATTUTTO l’andare in moto...” - errori dai quali non siamo mai del tutto al riparo.

Io non mi leggerei, se scrivessi cose del genere, sai che noia... Siccome credo però che si possa dire qualcosa di sensato, e forse anche interessante, su come ci coinvolga anche psicologicamente la pratica del motociclismo, allora ho accettato con entusiasmo di scrivere per questa rubrica, che ha il simpatico nome di “Il dottor Stranamoto”.

Ho in mente una scenetta divertente: un individuo con tuta e casco si sdraia sul divano dell’analista... “Dottore, non provo più attrazione per la mia moto...” Non si tratta proprio di questo, anche se non sarebbe poi così fuori luogo, quindi ai lettori rivolgo con piacere anche l’invito a proporre un argomento, oppure, se volete, a porre qualche domanda su un argomento del vasto mondo del motociclismo che vi interessa. Il rischio è quello di stimolare una discussione. L’argomento della rubrica è molto vario, lo vedrete: dall’esperienza personale del motociclista di tutti i giorni alle implicazioni emotive del più sfegatato smanettone sportivo, passando per... vedremo. Qualche idea c’è già. Di stimoli, in un mondo così variegato e densamente abitato come quello del motociclismo, non ne mancano certamente. Arrivederci al prossimo post!

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