MotoGP: Daniel Pedrosa e quel piccolo grande gesto di umanità

Il bel gesto dello spagnolo su Dovizioso ci ricorda l'umanità di molti piloti. Ma Pedrosa non fu l'unico....

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Passi sotto il rettilineo del traguardo e leggi la tabella dei box: inizia il settimo passaggio. Ad Austin non è stato un fine settimana facile fino a quel momento, eppure ti stai giocando il podio. La moto, rossa, davanti a te, è il riferimento. Leggermente lungo in staccata. Una pinzata decisa, la moto si intraversa. Davanti chiude, poi riprende, poi tende ancora a chiudere.

Finchè quell'anteriore non molla. Parti per la tangente e prendi in pieno il tuo avversario. Che, ironia della sorte, era stato centrato proprio una settimana prima dal suo compagno di squadra. Entrambi a terra, non pensi a riprendere immediatamente la moto, no. Il primo pensiero è per quel collega, quell'altro ragazzo centrato.

Gli chiedi scusa, ti sinceri delle sue condizioni. Riparti: qualche giro e torni ai box. Poi un salto in quell'altro box, in rosso. Ti spieghi, ti scusi, fai capire che è stato un incidente. In maniera educata, sincera, pacata.

Daniel Pedrosa ha mostrato oggi tutta l'umanità di un mondo - quello della MotoGP - fatto da piloti, anzi, dai piloti più veloci del Globo, ma anche da uomini veri, autentici. Lo ha fatto con delicatezza, pacatezza, alla sua maniera.


Spesse volte abbiamo narrato imprese storiche di questi cavalieri delle due ruote. Sorpassi, recuperi, traiettorie e manovre al limite della fisica. Eppure, esistono storie che vanno oltre, che raccontano gli esseri umani attraverso barlumi di 'pietas' in mezzo a tanta adrenalina, concentrazione, scarichi, cambiate, marce, gomme e resistenza. L'umanità, bella e profonda di chi sa che questo mondo è affascinante quanto pericoloso, e che quando si cade ci si fa male.

Il gesto di Pedrosa non è stato l'unico. La memoria recente ci riconduce a quel fine settimana di Phillip Island di tre anni fa, quando Melandri e Checa andarono in collisione. Lo spagnolo, all'esordio con la Panigale, rimase a terra privo di sensi, mentre l'italiano rimase lì, accanto a lui, in attesa dei soccorsi. Si arrabbiò Marco, ed anche tanto, per il modo in cui fu messo sulla barella.

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Ancora prima le due ruote raccontano di Marco Lucchinelli che fermò la sua Cagiva al Paul Ricard per aiutare Franco Uncini, sbalzato dalla sua Suzuki. Vecchie memorie, ma non solo. Durante l'ultimo gran premio dello scorso anno a Valencia, Romano Fenati rimase accanto ad un acciaccato Efren Vazquez. Storie di uomini oltre che di piloti. Anzi, a dirla tutta, non solo di uomini ma anche di donne. Come Laia Sainz, che incurante del cronometro che scorreva durante l'ultima Dakar, si fermò per prestare soccorso al francese Renet.

Perse 40 minuti (le furono restituiti poi) per aiutare quel collega, non rivale, che aveva perso i sensi. D'altro canto, forse nulla - ed eccezione delle Road Races - come la Dakar avvicina l'uomo alla sfida con il dolore e la morte. Si pensi invero, anche alla Formula Uno di un tempo. Come non dimenticare a quell'Arturo Merzario in quel primo Agosto del 1976. Non fosse sceso e non avesse sfidato le fiamme per slacciare le cinture, oggi Niki Lauda non sarebbe qui tra noi.

O quella corsa folle di Ayrton Senna che, accortosi dell'incidente ad Eric Comas, fermò la sua McLaren e corse verso il francese. Storie di uomini, storie di umanità. Piccoli o grandi gesti che ci ricordano come si è tutti un pò più fratelli in un mondo che vive di un caro, crudele, insindacabile aforisma coniato dagli inglesi: "motorsport is dangerous".

NURBURG, GERMANY - MAY 06:  Former Formula One drivers Niki Lauda (L) and Arturo Mezario laugh during the Motorsport Traveling Charity-Gala on May 6, 2006 in Nurburg, Germany. On the second lap of the 1976 Nurburgring Grand Prix in Germany, Lauda crashed his Ferrari and Mezario, with the help of fellow drivers Guy Edwards, Harald Ertl and Brett Lunger, pulled him out of his burning car. (Photo by Ralph Orlowski/Getty Images)

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