MotoGP, Lorenzo "chiude la bocca" a Rossi

Con la vittoria in Qatar, Jorge Lorenzo zittisce le polemiche e anche Valentino Rossi.

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Vista la corsa di Losail, visti i tempi sul giro, verrebbe da dire che, oltre alle nuove Michelin, Jorge Lorenzo abbia il “mondiale” cucito addosso, su misura. Ma è solo la prima gara, si dirà! Certo, è tutto ovviamente può accadere. Ma in questo motociclismo da show-business dove la pista è un passaggio fra polemiche che vengono per lo più pensate a tavolino e gestite sotto i riflettori dei media con lo scopo di creare audience e soprattutto “valore aggiunto” per condizionare negativamente gli avversari conta chi, poi, vince davvero la gara perché – oltre al peso della classifica in campionato – fa saltare i piani del “nemico” relativi alla famosa “pressione” psicologica.

Chi perde in pista può tentare di alimentare ancora la polemica contro il vincitore ma soffia non più sulle fiamme ardenti bensì sulla brace quasi spenta. Il riferimento è a Rossi e a Lorenzo, due fuoriclasse molto diversi fra loro, divisi su tutto meno che, per adesso, dal nome della moto sul serbatoio. Ieri a Losail si è chiuso in modo definitivo il ciclo burrascoso apertasi a fine 2015 con le code velenose fra Rossi da una parte e il binomio spagnolo Lorenzo-Marquez accusati dal pesarese del famoso “biscotto” a suo danno.

Quel ciclo, però, lo ha chiuso da par suo il maiorchino, sbattendo in faccia a Valentino (ma anche alla Yamaha), una vittoria che va ben oltre il peso di una gara e i punti in classifica generale. Perché la regola del “condizionamento psicologico” ha un senso se vale per tutti e sempre. Ieri sul podio trionfante, il gesto di Lorenzo – le dita sulle labbra a mo’ di monito: “zitti!” – non è un gesto irriverente – peggio! - è la lama gelida che trafigge l’avversario senza far sgorgare una... goccia di “sangue”. Un atto, quello di Jorge, per dire a Valentino: “Non sei più IL problema!”.

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Resta, comunque, quella di ieri di Jorge sul podio una sceneggiata (così come le tante precedenti di Rossi&C) da teatrino dei pupi, per i “fan” da divano, l’un contro gli altri schierati e ben armati con tutto l’armamentario preso a prestito – si spera pro tempore – dalla curva sud degli stadi calcistici. Ai tempi del motociclismo de “I giorni del coraggio”, con le grande Case italiane dominatrici nel mondo e con i “padroni” presenti nei box in pista (il conte Domenico Agusta, il comm. Ferruccio Gilera, il comm. Parodi della Guzzi, il comm. Alfonso Morini, i f.lli Benelli, il conte Boselli della Mondial, ecc.) ai propri piloti veniva imposto anche un codice deontologico incentrato soprattutto sulla dedizione assoluta verso la propria Marca e sul rispetto degli avversari.

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In ogni squadra (con due e più piloti) erano i risultati in pista a definire le gerarchie interne, con un capitano (pro tempore) e i gregari (di lusso). Il numero due della squadra aveva lo stesso trattamento del capitano ma se questo giungeva primo sul traguardo, l’altro non poteva che fare secondo, altrimenti dopo poco arrivano le due righe di ... ringraziamento, con il “benservito”. Oggi, nel mondo della rivoluzione mediatica globalizzata, nessuno può mettere la mordicchia al pilota che, giustamente, dice (quasi) quel che vuole. Ma oggi come ieri vale la stessa legge della pista: se nella stessa squadra sulla stessa moto due piloti considerati allo “stesso livello” giungono … primo e secondo, tutto bene, come nel 2015 fra Lorenzo e Rossi. Ma se – in condizioni normali - uno arriva primo e l’altro quarto? Se un simile risultato è una eccezione, tutto ok. Ma se dovesse diventare la (nuova) regola? Nel Team Yamaha, più di uno balla sui carboni ardenti.

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