Pirelli diventa cinese, raggiunto l'accordo con ChemChina

Lo storico marchio milanese si appresta a diventare cinese dopo l'accordo con il colosso statale cinese ChemChina, che ne rileverà la maggioranza entro i prossimi 5 anni. Anche se non è detta l'ultima parola...

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Una delle notizie più importanti degli ultimi giorni per quanto riguarda il settore dell'automotive è quella relativa all'ingresso di China National Tyre & Rubber (CNRC), controllata del colosso chimico statale cinese ChemChina, nel capitale di Pirelli, arcinoto produttore di pneumatici per auto, moto e veicoli industriali, fondato nel 1872 e con principale sede operativa a Milano.

Secondo i termini dell'accordo - che sarebbe stato definitivamente formalizzato ieri - il gruppo controllato dal governo di Pechino si appresta a rilevare la maggioranza assoluta - e quindi il pieno controllo dell'azienda italiana - nel giro di 5 anni, attraverso una serie di complesse operazioni finanziarie, che proviamo a riassumere a grandi linee.

Inizialmente, il 26% di Pirelli detenuto dalla Camfin (che fa capo a Tronchetti Provera, Banca Intesa, Unicredit e ai russi di Rosneft) sarà ceduto ad una società italiana di nuova formazione per 1,90 miliardi, di cui 665 milioni verranno investiti dai soci Camfin nella nuova società. Quest'ultima, Bidco, avrà anche un investimento di 1,235 miliardi da parte della ChemChina, che così ne avrebbe il controllo.

A questo seguirebbe l'OPA per le azioni Pirelli a 15 Euro ad azione (con il sostegno di JP Morgan), che però hanno chiuso 15,23 Euro lo scorso venerdì dopo le prime voci sull'accordo. L'obiettivo sarebbe quello di rastrellare almeno il 67% del capitale procedere poi a una fusione nella Bidco (che non sarebbe quotata in borsa). In ultima analisi, i cinesi dovrebbero poi detenere il 50,1% di questa newco, con il resto in mano ai soci italiani e russi.

Alla fine della fiera, Pirelli potrebbe dividersi in due, con la produzione delle gomme per auto e moto da una parte e quella per i veicoli pesanti che confluirebbe in Aeolus Tyre, di proprietà della stessa ChemChina. Pirelli Tyre potrebbe poi tornare in Borsa dopo qualche anno.

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Tutto fatto quindi? Beh, quasi, ma non esattamente, perché anche se l'impianto dell'operazione è già deciso - ed è molto più complesso della nostra sintesi per sommi capi - molto dipenderà dagli azionisti minori, che detengono il 22,59% di Pirelli, e dalla loro volontà di aderire all'OPA. Alcuni infatti hanno già manifestato la propria contrarietà all'accordo e potrebbero far valere un potenziale potere di veto sul ritiro dalla Borsa italiana dopo 93 anni di onorata presenza. Ad ogni modo, senza girarci troppo attorno, l'accordo siglato appare già piuttosto 'blidato' e il buon esito finale, di conseguenza, quasi scontato. 'Il dado è tratto', insomma.

Sembra inoltre che esistano delle clausole per preservare l'Italianità del gruppo, salvaguardata da precise norme statutarie che saranno modificabili solo con l'assenso del 90% del capitale azionario. Il quartier generale ed il centro di ricerca e sviluppo Pirelli resteranno quindi in Italia, con Tronchetti Provera che rimarrebbe alla guida del gruppo fino al 2021 per poi assumere il ruolo di amministratore delegato, con il Presidente scelto da CNTR.

Al netto delle considerazioni 'nazionalistiche', il patto Pirelli-ChineChem si propone di garantire basi solide al futuro del marchio della 'P lunga', mirando ad una più vasta espansione a livello mondiale con il supporto di partner da 36 miliardi di fatturato.

Come sempre in questi casi, le preoccupazioni riguardano maggiormente i posti di lavoro (con i sindacati già sul 'chi va là' in questo senso), ma anche per questo bisognerà lasciare tempo al tempo, affidandosi alle suddette clausole di salvaguardia del DNA italiano dell'azienda. Considerando la 'grande fuga' di marchi italiani all'estero di questi ultimi anni, consumata sull'altare della globalizzazione, sembra quasi che non ci sia altra scelta che accontentarsi...

chairman of the Pirelli Group, Marco Tro

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