Truffe assicurative: moto distrutte, ma 'capaci' di avere un incidente

A Terni la Polstrada ha indagato cinque persone per associazione a delinquere.

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Dei falsi incidenti, con falsi testimoni, falsi passeggeri, che però fruttavano soldi veri. La Polstrada di Terni sta indagando su una truffa assicurativa che coinvolge almeno 25 persone, cinque delle quali indagate per associazione a delinquere finalizzata alla truffa. Essi sono tre dipendenti di un ente pubblico, un meccanico e un ex agente assicurativo.

L'ex agente assicurativo era la mente della banda e grazie alla sua esperienza e credibilità era lui a seguire l'iter assicurativo dopo il falso incidente. I testimoni e i passeggeri venivano, invece, reclutati dai dipendenti pubblici, mentre il meccanico – in verità disoccupato – era colui che sistemava le auto e le moto preparandole all'incidente.

Per quel che riguarda le motociclette, la truffa era assai raffinata e contorta. La banda cercava online motociclette (possibilmente Ducati e, comunque, di grossa cilindrata) incidentate, vendute a prezzi bassissimi perché irreparabili. Il meccanico le sistemava rendendole credibili, venivano tenute 'a riposo' diversi mesi e poi avveniva l'incidente. Il teatro dell'incidente era di solito una strada periferica, poco trafficata, in orario serale o notturno. Lì veniva inscenato l'incidente, con un'automobile che sarebbe uscita da una via privata, colpendo la motocicletta e causando un incidente in cui il mezzo veniva distrutto e il conducente si infortunava.

La motocicletta, effettivamente distrutta – ma non certo in questo incidente -, veniva presentata ai periti assicurativi che non potevano non certificare i danni e il gioco era fatto. Ma la banda dei falsi incidenti era andata addirittura oltre. In alcuni casi, infatti, le moto acquistate erano due. Una distrutta e una, stesso modello e anno, nuova. Uno dei complici utilizzava per alcuni mesi la moto funzionante, si faceva vedere in giro, dando ancora maggior credibilità al fatto. Poi il meccanico interveniva, sostituiva le parti sane della moto funzionante con quelle gravemente danneggiate dell'altra e, così, scattava la richiesta di risarcimento che in alcuni casi toccava anche i 50mila euro.

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