Hugh Anderson, il timido biondino della Suzuki: intasca quattro titoli iridati e “lascia” a soli 30 anni

Settantotto anni fa, precisamente il 18 gennaio 1936, nasceva ad Auckland in Nuova Zelanda Hugh Anderson, capace di vincere quattro titoli iridati in sole tre stagioni (dal 1963 al 1965) e di dare l’addio al motomondiale a soli 30 anni.

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Anderson è stato il pilota/ponte della Suzuki – la Casa giapponese che seguì la Honda nell’avventura delle corse tirandosi poi dietro la Yamaha e la Kawasaki – l’erede del geniale e discutibilissimo Ernst Degner (pilota ingegnere della tedesco-orientale MZ che fuggì in Giappone portandosi dietro i segreti e i … disegni delle fortissime moto d’oltrecortina) e il “padre” di quello che diventerà uno dei più forti e amati campioni di tutti i tempi: Barry Sheene.

Insomma, la prima Suzuki 50 (monocilindrica) e la prima 125 (bicilindrica) due tempi a disco rotante scese in pista nel 1962, erano la copia esatta delle MZ (Motorradwerk Zschopau) del “mitico” Ing Walter Kaaden, il tecnico che nella seconda guerra mondiale aveva fra l’altro progettato componenti importanti per i razzi del Terzo Reich (poi V1 e V2) con un propulsore jet in grado di utilizzare le onde di risonanza prodotte dai gas di scarico.

I giapponesi, si sa, copiano ma poi migliorano e sviluppano la base iniziale e così è stato anche per la Suzuki, con Degner impegnato sempre più nel ruolo di pilota-collaudatore-progettista (il tedesco morirà 52 enne nel 1966 ad Arona in circostanze mai chiarite: si parlò di un omicidio dei servizi segreti della DDR) e con l’arrivo del 26nne neozelandese, subito ai vertici del motomondiale nelle due cilindrate minori, in lotta con grandi campioni (Luigi Taveri, Mituso Itoh, Frank Perris, Alan Shepherd, Mike Hailwood, Ralph Bryans, Jim Redman, Tom Phillis, Phil Read, Bill Ivy, Hans Anscheid, Ramon Torras, Francesco e Walter Villa, Bruno Spaggiari ecc) in sella a grandi moto, MZ, Suzuki, Honda, Bultaco, Mondial, Ducati.

I giapponesi ingaggiarono Hugh su suggerimento di Degner, conosciuto nel “Continetal Circus” di cui il neozelandese era un degno e perfetto esponente con tanto di moto trainata sul carrello del furgone male in arnese, moglie e figli al seguito. Hugh ero giunto in Europa alla fine degli anni ’50 per fare fortuna come corridore, quindi veniva dalla gavetta e sulle sue vetuste ma valide monocilindriche quattro tempi AJS 350 e Norton 500 faceva tutto da solo. E faceva tutto bene, con ottimi piazzamenti – specie quando le condizioni in pista erano proibitive – con poche cadute anche perché mancavano i soldi per riparare le due arzille vecchiette inglesi.

Per sua fortuna - all’epoca le Case giapponesi non volevano piloti italiani (fortissimi con Carlo Ubbiali, Tarquinio Provini, Silvio Grassetti, Remo Venturi, Emilio Mendogni, Bruno Spaggiari, i fratelli Villa, Alberto Pagani, poi Renzo Pasolini, Giacomo Agostini, Angelo Bergamonti ecc) – la Suzuki bussò alla sua porta regalandogli il … paradiso. Così Hugh incassò soldi e titoli ma accontentandosi troppo in fretta della nuova situazione, salutando la compagnia a soli 30 anni.

Era molto conosciuto e stimato anche in Italia, non solo per le grandi corse iridate a Monza, ma quale eccellente protagonista della Mototemporada romagnola, in primis a Imola, Cesenatico, Riccione, Rimini ecc. Amava l’Italia e la cucina italiana e chi scrive queste note lo ricorda sui fornelli dietro la sua roulotte per grigliate di pesce di cui era ghiotto.

Così lo descrive egregiamente il compianto Ezio Pirazzini: “Uno zingaro della moto, pallido, viso da ragazzo, spericolato con la mascella piccola e tirata, Hugh Anderson porta un nome già reso celebre da altri. In particolare da quel Fergus Anderson campione con la Guzzi e avveduto direttore sportivo prima di perire tragicamente a Florette con una BMW…”.

Biondino dal lungo ciuffo ribelle, timido ma capace di sorridere con gli occhi, taciturno anche sul gradino più alto del podio, gentile fuori pista e mai scorretto in corsa, dove pure non lesinava attacchi alla baionetta. Chi scrive queste note ne ricorda (a Imola, Monza, Spa, Assen, Ulster ecc) lo stile pulito, con il corpo in curva leggermente inclinato all’interno, capace di sfruttare come nessun altro le sibilanti e scorbutiche bicilindriche blu-metalizzate del Sol Levante.

Viveva nel paddok ma subiva l’ambiente e quindi legava poco e, di fatto, parlava solo con le sue moto. Fu così che, fatti due conti, con quattro titoli e parecchi soldi in tasca, fisicamente integro, chiuse con le grandi corse, divertendosi poi in patria. Il motomondiale perdeva un grande protagonista e una persona gentile.

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