Motomondiale, conta più il pilota o la moto? Valentino Rossi come Agostini?

Nelle corse, conta più la moto o il pilota? Se quel pilota non avesse avuto quella moto, avrebbe raggiunto gli stessi risultati? E quella moto avrebbe vinto senza quel pilota?

Le domande sono sempre le stesse: nelle corse, conta più la moto o il pilota? Se quel pilota non avesse avuto quella moto, avrebbe raggiunto gli stessi risultati? E quella moto avrebbe vinto senza quel corridore?

Le corse affascinano anche per questo, per le domande cui non sempre è facile dare risposta. E le polemiche dividono gli appassionati proprio perché molti interrogativi rimangono tali. Neppure le classifiche delle gare, neppure gli albi d’oro dei campionati e dei mondiali chiudono certe diatribe e forse è bene così, lasciando ad ognuno la soddisfazione delle … proprie ragioni.

In buona sostanza il miglior pilota corre con la moto migliore, il miglior pilota è quello che vince di più. Ma non c’è la controprova: nel senso che solo a pochissimi “eletti” è dato pilotare la moto più competitiva e molti piloti eccellenti non hanno potuto (per diversi motivi) correre con il mezzo migliore dovendosi accontentare di quello che passava il convento. Una serie di circostanze portano ad essere nel posto giusto al momento giusto, prima o dopo non conta: vale nella vita vale nelle corse.

I corridori inglesi degli anni ’50 e ’60 si misuravano alla pari nella 500, lottando tutti baionetta fra i denti con le monocilindriche Norton, Matchless, Ajs per chi arrivava primo … dietro le plurifrazionate italiane Guzzi, Gilera, MV Agusta. Ma proprio così, dal mucchione di 50-60 indemoniati con lo stesso mezzo, emergeva il grande manico: così svettarono Duke, Surtees, Hocking, Hailwood passando dalle superate monociclindriche inglesi alle più performanti 4 cilindri italiane.

La stessa cosa accadde alla fine degli anni ’60-inizi anni ’70 nella 250 e 350 con la maggioranza dei piloti in sella alle Yamaha bicilindriche. Anche allora svettarono i migliori, prima Read, Duff, Ivy, Gould, poi Jarno Saarinen, quindi Kenny Roberts, Barry Sheene, Jonny Cecotto ecc. Ai primi anni ’70 nella quarto di litro partivano 50-60 piloti con le stesse Yamaha privat, ma sul podio arrivavano quasi sempre i soliti tre o quattro piloti, i migliori.

Il fuoriclasse emerge sempre e alla fine è vincente. Solo la dea bendata può tarpare le ali, come troppe volte è accaduto, con incidenti gravissimi o addirittura mortali, vedi Ambrosini, Grahaam, Hocking, Mc Intyre, Phillis, Liberati, Herrero, Bergamonti, Saarinen, Pasolini ecc.

Il number one Giacomo Agostini – 15 volte campione del Mondo – ha corso e vinto spesso senza avversari, dando nella 500 anche un giro al secondo arrivato. Ma si può dire che l’asso di Lovere è un “ladro” di titoli? Non scherziamo! Non solo Ago battè sempre se stesso a suon di giri record, ma quando si è trovato a battagliare con gente dal calibro di Provini, Grassetti, Venturi, Hailwood, Read, Redman, Pasolini, Bergamonti, Saarinen, Ceccotto, Roberts, Sheene ecc, non si è tirato indietro, dimostrando classe, grinta, intelligenza da number one.

Non solo, Ago ha dimostrato di possedere la dote unica dell’umiltà, la pazienza del saper attendere il suo momento: a fine 1964 chiamato dal conte Agusta in squadra con Hailwood, Mino capì subito che l’inglese andava .. rispettato e … seguito. Per l’intera stagione l’asso italiano seguì come un’ombra Mike the bike, poi, imparata l’arte, tirò fuori gli artigli fino a favorire il passaggio del grande inglese alla Honda. Una lezione per i nostri giovani piloti di oggi, del tutto e subito.

Più o meno – in epoche molto diverse - si può dire la stessa cosa detta per Agostini, anche per Valentino Rossi, pilota baciato anche dalla fortuna ma dotata di una straordinaria classe, meritandosi una carriera da incorniciare.

Un capitolo a parte riguarda le Case, sempre alla ricerca del pilota vincente, non solo il più veloce, ma quello che porta la moto alla vittoria. Però, senza esagerare. Perché la Casa non ama legare le proprie vittorie a un solo pilota: vuole sempre dimostrare che sulla propria moto chiunque può vincere. Tanti gli esempi, nelle varie epoche, su su fino alle Case giapponesi e a … Valentino Rossi.

Qui vogliamo ricordare la Moto Morini che, dopo aver dominato con il mitico Tarquinio Provini per almeno tre stagioni (1961-62-63) vincendo tutte le corse int.li e fallendo solo per un soffio il titolo iridato del 1963, affidò nel 1964 (dopo l’assaggio di fine stagione ’63 a Monza) allo sconosciuto Giacomo Agostini la propria portentosa 250 bialbero, la monocilindrica più veloce del mondo. A rimetterci fu Silvio Grassetti, campione già affermato con Benelli, Bianchi e MV Agusta, sostituito da Provini alla Casa del leoncino e passato alla Casa bolognese con Mino. Alla prima gara 1964 di Modena il pesarese Grassetti dominò la 250, ma l’albo d’oro porta il nome di Agostini. Perché? Perché il battistrada Grassetti, a poche centinaia di metri dal traguardo chiuse il gas, aspettò l’arrivo di Agostini, regalandogli la vittoria. Ordini di scuderia. Fra il pubblico (chi scrive queste note era lì a fischiare …) scoppiò la rivolta, ma il Comm Alfonso Morini coccolandosi il raggiante Agostini, sorrideva sornione, con alle spalle un cartello che diceva tutto: “Cambiano i piloti ma la Moto Morini continua nelle sue strabilianti affermazioni”.

Capito? Basta osservare la foto!

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