Marquez sbanca la MotoGP, ma Rossi “tiene banco”

Se dopo i primi dieci Gran Premi 2013 si sta ai numeri, fra Marquez e Rossi non c’è storia, con il rookie spagnolo capoclassifica con 188 punti, (sei vittorie e cinque podi) e il “Dottore” quarto con 130 punti (una vittoria e tre podi).

La bilancia pende ancora di più a favore del pilota della Honda e a danno del campione della Yamaha se si analizzano i test, prove ufficiali e qualifiche, l’andamento delle singole corse fin qui disputate. A mente fredda si deve prendere atto di una netta superiorità del binomio Marquez-Honda.

Marc è stato frenato solo da sbavature ed errori (Mugello docet) dovuti per lo più all’inesperienza, senza i quali agli avversari non sarebbero rimaste che briciole. La sfortuna ha colpito anche Lorenzo e Pedrosa, ma la sostanza del discorso non cambia.

Al debutto in MotoGP, Marq Marquez ha fatto saltare il banco, dimostrando di essere un fenomeno, l’uomo nuovo del motomondiale, il pilota da battere, l’asso con la classe e l’estro che nella massima cilindrata riporta a Umberto Masetti, Geoff Duke, John Surtees, Gary Hocking, Mike Hailwood, Jarno Saarinen, Freddy Spencer, Kenny Roberts, Valentino Rossi, Casey Stoner cioè a gente che univa alla sregolatezza entusiasmante una straordinaria capacità di fare risultato.

Non citiamo qui il 15 volte iridato Giacomo Agostini (e tanti altri grandi campioni dal 1949 ad oggi) non certo perché inferiore ma perché pilota di un passo e di una lucidità tecnica e tattica elevatissime ma meno impressionante nella guida: più volpe che leone.

Marc oggi nel 2013 guida la Honda come Valentino guidava nel 2000 la prima Honda, abbattendo record e avversari con il sorriso disarmante e l’entusiasmo di chi corre così perché così sa fare, con una scioltezza che toglie il respiro e rapisce regalando emozioni.

In questo, Marquez (20 anni) e Rossi (34 anni), al di là dei numeri della stagione 2013 (nella tabella vanno anche messi i … nove titoli di campione del Mondo del pesarese!), si equivalgono, divertendosi e divertendo in uno straordinario gioco di emulazione che rende unici i due fuoriclasse e il motociclismo.

Marc è già maiuscolo oggi e, oltre al titolo, ipoteca il futuro. Il presente di Valentino poggia su una carriera fra le più luminose di tutti i tempi, ma la sua stella brilla oramai ad intermittenza, con sprazzi che riportano ai giorni d’oro ma con fasi incolori che spingono all’imbocco del viale del tramonto.

Marquez è un vulcano in piena eruzione che fa terra bruciata e prefigura il futuro. Rossi non ha esaurito la sua fame di vittorie ma molte sue cartucce sono bagnate e per ruggire ancora deve far ricorso all’orgoglio e alla saggezza del vecchio leone: si perde in qualifica, limita gli assalti in corsa, preferendo i più facili recuperi dalle retrovie fino alle soglie del podio ma con distacchi spesso pesanti dal vincitore di turno e persino umilianti dal compagno di squadra Lorenzo con gli stessi mezzi, per altro non ancora a posto fisicamente.

E’ vero, ogni gara fa storia a sé e anche ogni campionato fa storia a sé. Ma più gare insieme fanno classifica e segnano il cammino dove c’è chi sale e c’è chi scende. E qui la tendenza è chiara: chi sale è Marc, chi scende è Valentino.

Per lo spagnolo diventa eccezione il non podio, quando la non vittoria. Per l’italiano vale oramai il contrario. Si apre l’era del “veni vidi vici” di Marquez, il ciclo di Valentino schiacciatutti volge al termine.

Ciò detto senza intenzioni provocatorie e senza reticenze ipocrite o logiche da fans, davanti a Rossi ci si deve (sempre) togliere il cappello, rispettando e applaudendo un fuoriclasse sul crinale del mito fra i miti. Il motociclismo tutto deve ringraziare Valentino per quello che in pista e fuori (immagine e comunicazione) ha fatto e fa, un pilota che rifiuta la cornice dorata nell’olimpo degli ex per misurarsi ancora in un motociclismo che evolve con nuovi mezzi e nuovi piloti, una sfida umana prima ancora che tecnica, che va ben oltre la classifica di una gara e di un campionato.

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