MotoGP Sachsenring, tante cadute: perché? Piloti, eroi o kamikaze?

Le cadute hanno caratterizzato prove e qualifiche del GP di Germania al Sachsenring, mettendo ko, fra gli altri, i due leader del mondiale Dani Pedrosa e Jorge Lorenzo. E’ un conto pesante, ma non è la prima volta che ciò accade.

Ciò va detto non per sottovalutare quanto avvenuto in questi primi due giorni nel toboga tedesco ma per ripristinare il senso delle proporzioni, mai dimenticando ciò che il motociclismo era ed è, cioè uno sport ad alto rischio. Per anni e anni in ogni week end di gare mondiali si contavano oltre cento cadute, spesso con gravi conseguenze, anche mortali.

Tanto si è fatto per la sicurezza, ma le corse restano sport affascinante quanto pericoloso, come sopra abbiamo scritto. Ora c’è chi mette sul banco degli imputati il tracciato del Sachsenring per le sue curve considerate troppo “pericolose”. Evidentemente chi, come chi scrive queste note, ha visto i Gran Premi di Germania (Est) dal 1961 al 1972 sul circuito stradale di Km 8,618 (per non parlare del primo tracciato di oltre 14 Km) ritiene il “toboga” odierno non facile, soprattutto per le caratteristiche da pista da … go kart, ma per niente proibitivo, anche con le attuali MotoGP di grosse cilindrate e grandi potenze ma anche con elettronica ecc. di grande ausilio).

Il vecchio tracciato stradale tedesco era paragonabile per pericolosità a Brno, Abbazia, Spa, Nurburgring, Ulster, TT inglese e – pur in modo diverso – a piste quali Monza, Salzburgring, Le Mans (vecchio) ecc: ci sono state molte cadute gravi e non poche mortali, fino all'edizione del 1990, con tre piloti periti in un sol giorno.

Una volta le difficoltà del tracciato venivano ingigantite dall’alta velocità della media sul giro: basti pensare che al Sachsenring il record sulla pista vecchia (fra case, staccionate, asfalto scrostato, gente a due passi dai piloti, autolettighe in pista ecc.) è di Giacomo Agostini (MV Agusta 3 cil. 500) in 2’55.4 alla media di 176,798! Per la cronaca il “Circuit record lap” è di Pedrosa MotoGP 2011 con 1’21.846 alla media di poco più di 160 km (161,4).

Prima che il solito sapientone dica che oggi è tutto diverso da ieri, il riferimento al passato è stato fatto solo per rinverdire la memoria agli smemorati e di far sapere “come eravamo” a chi non c’era anche per evidenti … “limiti” generazionali.

La sicurezza in pista è un obiettivo permanente ma le corse di velocità non sono un passatempo per gustare paesaggi: le corse erano e restano sport ad alto rischio e molto pericolose. Il Sachsenring non è peggiore di tanti altri circuiti, in Europa e fuori.

Spetta ai costruttori (moto, telai, forcelle e ammortizzatori, gomme ecc.), ai team, e soprattutto ai piloti “regolarsi” a seconda delle condizioni, sempre mutabili in ogni pista e in ogni corsa. Qui forse la Bridgestone ha sottovalutato i rischi di un curvone a destra che segue una lunga serie di curve a sinistra (e Monza?), quindi obbligando il pilota a curvare a manetta con gomma “fredda”. La Casa di pneumatici ha dato una spiegazione tecnica più o meno convincente sulla inconsistenza, qui, della gomma asimmetrica. Essendo la sola Casa fornitrice (se fosse stata una azienda italiana sarebbe stata già crocifissa!), nessuno è in grado di dire il contrario, se non tenendo il conto delle cadute.

Fatto sta, come dimostra la caduta di Lorenzo all’inizio (tre giri compiuti) della prima giornata di prove ufficiali, c’è in ogni GP una competizione molto esasperata, dove tutti spingono (Casa, Team, Sponsor, Media ecc.) perché il pilota faccia parlare di sè e faccia risultato, sempre e comunque. Siamo sempre lì: business is business e a questo credo tutto va sacrificato. Oggi in MotoGP il business ha surclassato la componente della passione e dello sport. I piloti stanno al gioco, anche perché, i (pochi) big guadagnano montagne di soldi e gli altri (molti) puntano a sostituirli.

Ora, le tante cadute del Sachsenring e anche quelle precedenti (con i recuperi miracolosi dopo fratture e interventi chirurgici, vedi Lorenzo…) riaprono l’antica questione sul “chi sono” i piloti. Non siamo in presenza di piloti-eroi, piloti-kamikaze, piloti-robot ma più semplicemente di piloti “professionisti”, potenzialmente in condizione di affrontare i rischi di una passione/professione ad alto contenuto di pericolo. Ma anche gli dei cadono e si fanno male. Tutto qui.

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