Jorge Lorenzo: non un eroe, ma un campione da leggenda

L’ha detto e l’ha fatto Jorge Lorenzo, il campione del mondo che in poche ore è passato dal ko olandese di una brutta caduta con ammaccature e fratture, al sonno forzato da anestesia nella sala operatoria di Barcellona, al sorriso a denti stretti del rientro in pista ad Assen.

Il giovane fuoriclasse spagnolo della Yamaha non si è voluto piegare alla sorte avversa, comunque ci ha voluto provare, facendo onore, oltre che a se stesso come uomo e come atleta, al motociclismo tutto: sport complesso, rischioso, nella morsa dello show-business, ma capace anche di ritrovarsi con impennate che, se non alla commozione, chiamano tutti al rispetto e all’applauso.

Dal buio più profondo di giovedì al sorriso ritrovato di sabato, in una altalena da calvario che impone una domanda: la decisione di Jorge di risalire subito in moto con le ferite aperte e la frattura della clavicola sinistra saldata da una placca di titanio con otto chiodi, è stata una scelta inutile e rischiosa condivisa dal Team teso solo al risultato con il lasciapassare di medici compiacenti e irresponsabili o l’ultimo atto di “eroismo” di un pilota che riporta all’epopea del motociclismo de: “I Giorni del coraggio”?

La risposta non c’è perché ognuno di noi ne trova una, in un mondo così assente e asettico, pieno di viltà e di egoismi, ma anche illuminato da atti quotidiani di straordinari colpi d’ala, compiuti dall’uomo comune, lontano dai riflettori, fatti esclusivamente nel segno di una umanità che a volte trionfa sulla disumanità. Tutto qui? Tutto qui.

Jorge Lorenzo, pluri campione del mondo, non entra nel limbo degli eroi omerici ma sfiora la leggenda di uno sport spesso in bilico nella corda tesa fra grande festa e grandi rischi, fra trionfo e polvere, fra vita e morte. Uno sport che va preso coì com’è, senza mediazioni e senza illusioni: esalta e deprime, fa esultare e fa piangere.

Oggi, dove quasi tutto è virtuale e dove troppi agiscono fuori da regole e doveri perché tanto non si paga dazio, resta la realtà di uno sport dove chi sbaglia paga, sulla propria pelle.

E oggi come ieri, i “centauri” si odiano o si amano, uomini comuni fuori ma “extra” in pista, pronti a giocarsi la pelle per conquistare al tempo un attimo, in nome di una passione che diventa ideale, il senso di tutta una vita. Grazie, Jorge. Grazie a tutti i piloti che non tradiscono la loro passione.

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