Motomondiale Assen: italiani, sveglia! Voglia di “tricolore”

E’ vero che da molto tempo nel motomondiale podi e inni sono spagnoli e gli italiani rivestono il ruolo di comprimari. Ma non è vero che questo accade per la prima volta: anche in altre epoche i piloti italiani hanno subito la supremazia di avversari inglesi, tedeschi, spagnoli, australiani, americani ecc.

Prendiamo Assen, dove sabato si corre il settimo round iridato 2013 e dove gli italiani sono chiamati alla riscossa. Nella cattedrale del motociclismo i nostri campioni si sono fatti sempre onore ma non sempre hanno portato a casa la vittoria. Dal 1949 ad oggi nel GP d’Olanda i piloti italiani sono rimasti a bocca asciutta ben 17 volte: nel 1954, nel 1961, nel 1962, nel 1964, nel 1965, nel 1966, nel 1967, nel 1977, nel 1980, nel 1984, nel 1989, nel 1996, nel 2000, nel 2003, nel 2006, nel 2008, nel 2011.

Di contro il tricolore è stato issato sul pennone più alto ben 70 volte (1949 con Pagani 125 e 500, 1950 con Ruffo (già campione del mondo 250 l’anno prima) 125 e Masetti 500, 1951 con Leoni 125, 1952 con Lorenzetti 250 e Masetti 500, 1953 con Lorenzetti 250, 1955 con Ubbiali 125, 1956 con Ubbiali 125 e 250, 1957 con Provini 125 e 250, 1958 con Ubbiali 125 e Provini 250, idem nel 1959, 1960 con Ubbiali 125 e 250 e con Venturi 500, 1968 con Agostini 350 e 500, 1969 con Agostini 500, 1970 con Agostini 350 e 500, idem nel 1971 e 1972, 1973 con Lazzarini 125 e Agostini 350, 1974 con Villa 250 e Agostini 500, 1975 con Pileri 125 e Villa 250, 1976 con Bianchi 125 Villa 250 e Agostini 350, 1978 con Lazzarini 50 e 125, 1979 con Lazzarini 50 e Rossi Graziano 250, 1981 con Lucchinelli 500, 1982 con Uncini 500, 1983 con Lazzarini 50, 1985 con Bianchi 125, 1986 con Cadalora 125, 1987 con Gresini 125, 1990 con Romboni 125, 1991 con Chili 250, 1992 con Gianola 125 e Chili 250, 1993 con Capirossi 250, 1994 e 1995 con Biaggi 250, 1997 con Rossi Valentino 125, 1998 con Melandri 125 e Rossi 250, 1999 con Capirossi 250, 2001 con Biaggi 500, 2002 con Melandri 250 e Rossi MotoGP, 2004 e 2005 con Rossi MotoGP, 2007 con Pasini 125 e Rossi MotoGP, 2009 con Rossi MotoGP, 2010 con Iannone Moto2.

C’è da aggiungere che anche negli anni bui, la bandiera italiana sventolava grazie alle nostre Case (in particolare Gilera, Moto Guzzi, Mondial, Ducati, MV Agusta, Benelli,Cagiva, Aprilia, ecc.) le cui moto erano portate alla vittoria (anche) da piloti stranieri. Così come è altrettanto vero che grazie alle Case estere, non solo giapponesi, nostri grandi piloti hanno vinto gare e titoli, come dimostrato egregiamente da Agostini (primo italiano su Yamaha 350, 500 e 750 ufficiali), Grassetti, Lazzarini, Villa, Pasolini, Uncini, Lucchinelli, Cadalora, Gianola, Chili, Ricci, Max Biaggi, Capirossi, Melandri, Valentino Rossi ecc.

Ad Assen, il nostro portabandiera più blasonato, Valentino Rossi, deve uscire dalla scomoda posizione di “nobile decaduto” e dimostrare in una pista da manico puro che il lupo perde il pelo ma non il vizio di … vincere. Mentre tocca ai più giovani, specie in Moto3, passare dal ruolo di promessa a quello di campione consacrato lasciando da parte facili illusioni da divetti ante litteram. Serve quell’umiltà e quella voglia meticolosa di costruire la vittoria che i nostri grandi piloti sopra citati sono stati capaci di realizzare, dai primi iridati italiani Pagani, Masetti e Ruffo, su su fino a Liberati e Agostini, poi Capirossi, Biaggi e Rossi.

Ma serve anche che il pubblico - i fans del singolo pilota, pur continuando a tifare per questo o quel campione – sia appassionato del motociclismo come patrimonio collettivo, sostenga e ami tutti i nostri “azzurri”, visti nell’insieme come simbolo dell’Italia vincente e da rispettare nel mondo. Non è facile, perché chi gestisce questo sport – con il supporto dei media non sempre disinteressati – rischia di superare il bilanciamento tra sport inteso come business e sport-passione.

Va evitato che pochi lucrino sul “giocattolo” e i più (appassionati) ne paghino i costi. Ciò vale in generale per il motomondiale e la MotoGP, ciò vale anche per i singoli aspetti di uno sport affascinante ma complesso. Va evitato quanto già accaduto con lo sci ai tempi di Tomba, via il campionissimo, spento lo sci.

Rivalutare il tifo per i piloti “italiani” non significa tornare alla “romantica” immagine del motociclismo de: “I giorni del coraggio”, ma trovare un equilibrio fra il business e lo spettacolo, il campione e il divo, mettere i paletti affinchè il motociclismo non diventi un palcoscenico per divetti mediatici, un lunapark di cartapesta. La malattia è nel sistema e va curata partendo dal cuore. Magari partendo dal motociclismo Made in Italy. Da Assen la prima risposta?

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