Motociclismo italiano, crisi vera? Aspettando il nuovo Valentino Rossi

C’è voluto il record negativo del Mugello per scoprire che il motociclismo italiano è in crisi. Cosa è successo? Per la prima volta dopo 17 anni un pilota italiano non è salito sul podio della classe regina e, se non bastasse, nelle prime cinque gare iridate, nessun italiano ha visto il podio in Moto2 e in Moto3: non accadeva da 46 anni!

Perché questa situazione negativa? Di chi le responsabilità, se non proprio le colpe? Se ci fosse una sola causa e un solo responsabile, sarebbe più facile trovare la soluzione. Ma non è così. La crisi economica generale c’è e pesa, ma c’è ovunque e pesa per tutti.

C’è un rapporto diretto fra il mercato e le corse, in poche parole se si vendono meno moto (sono anni che in Italia i numeri sono in rosso) c’è meno gente interessata al mondo delle due ruote, meno giovani interessati alla “carriera” del corridore o semplicemente a seguire questo sport sui circuiti o in tv.

Seconda considerazione: oggi ci sono molte più attrazioni di 20-30-40 anni fa e un ragazzo a 14 anni non punta più ad avere il cinquantino ma lo smartphone, ha mille “sirene” per assere ammaliato.

Ancora. Il motociclismo, così come l’automobilismo, è sport individuale ma serve la moto da corsa, come l’auto, cioè una Casa, una fabbrica costruttrice. Cosa sarebbe stata e cosa sarebbe oggi la Formula uno senza la Ferrari?

La Casa nel motorismo rappresenta il mito, la bandiera, l’emblema che dà l’identità che resiste nel tempo perché i piloti passano e la Marca resta. Dov’è oggi una Casa italiana impegnata nelle corse da Gran Premio? La Ducati è comunque diventata tedesca, l’Aprilia nei GP è a mezzo servizio, la piccola ma significativa italianissima modenese ORAL impegnata nella MOTO3 (e finalmente competitiva) passa inosservata e mentre domina il tricolore GP a Vallelunga per tutta la gara lo speaker esalta la Honda di Luca Marini (fratello di Valentino Rossi) e Ktm (lì, bastonate!) e non dice una parola sulla ORAL italiana e nessun giornale (di settore) scrive mezza riga.

Onore comunque a Ducati e Aprilia per quanto fatto, pur dentro limiti ed errori non da poco. Ma le Case italiane che hanno fatto la storia (MV Agusta, Guzzi, Gilera, Mondial, Benelli, Morini, Bianchi, Morbidelli, Minarelli, Aermacchi ecc.) sono state lasciate sole (dai governi), una a una lasciate cadere sotto i colpi dell’invasione giapponese. Certo, hanno pesato errori di management aziendale, ma è mancata una visione di indirizzo politico-industriale che invece di premiare l’immagine e la qualità dei nostri prodotti ha punito il Made in Italy.

Infine c’è la questione della gestione delle corse, con la FIM ridotta a soprammobile e con la DORNA mangiatutto, interessata al business. La gestione privata della multinazionale spagnola non è tutta negativa, basti pensare al salto di qualità dell’immagine (televisiva) e alla torta (economica) ben più sostanziosa del passato, con fette o briciole per (quasi) tutti.

Però la DORNA ha puntato tutto sull’audience televisiva, quindi sullo sport-spettacolo – luccichini nel paddok, bagarre in pista – disinteressandosi quasi completamente delle Case e delle Marche, esaltando un solo pilota, come esca per il gran pubblico non specialistico.

L’esempio più eclatante viene dalla Moto2, una (inutile) monomarca Honda per un pubblico che bada solo alla corsa, disinteressandosi di moto, marche, raffinatezze tecnologiche ecc. Il risultato? La desertificazione prossima annunciata, con la MotoGP dalla griglia sguarnita e, senza Rossi-star competitivo, priva di appeal, nessuna Casa italiana presente (Ducati è tedesca), piloti italiani fuori dal podio in ogni categoria, alla disperata ricerca di un mezzo e di un Team competitivi, introvabili senza portare una montagna di soldi.

Basterà aspettare il nuovo Valentino Rossi per uscire dal tunnel e ritrovare il sole? Indietro non si torna ma di questo passo il futuro, almeno per i nostri colori, è sempre più incerto. Questo post ha solo l’obiettivo di aprire un confronto. Ne seguiranno altri.

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