20 maggio '73: la tragedia di Monza. Muoiono Pasolini e Saarinen

Jarno Saarinen e Renzo Pasolini Daytona 1973Sembra davvero ieri. E sono invece passati 35 anni da quel 20 maggio 1973, data fra le più tristi e tragiche della storia del motociclismo. Alle 15,31 di una calda giornata primaverile sull’autodromo di Monza scende la cappa della tragedia e una grande festa si trasforma in una terribile catastrofe.

In un sol colpo, in un attimo, causa una spaventosa caduta dopo la partenza, alla “curva grande”, il motociclismo precipita nel dramma, perdendo Renzo Pasolini (35 anni) e Jarno Saarinen (28 anni), due fra i piloti più forti e amati di tutti i tempi.

Nel pauroso groviglio rimangono feriti più o meno gravemente anche Walter Villa, Fosco Giansanti, Kanaya, Mortimer, Jansson, Palomo. In totale sono 14 i piloti coinvolti nella micidiale carambola.

La gara monzese della quarto di litro costituiva per il neocampione del mondo e nuovo astro Saarinen (su Yamaha) l’ultima conferma prima dell’investitura del nuovo titolo iridato (Jarno aveva infatti vinto le prime tre tappe di Le Castellet, di Salisburgo, di Hockeneheim) e per l’occhialuto riminese la possibilità di riscatto, finalmente in sella alla competitiva e fiammante Harley Davidson bicilindrica 2T raffreddata ad acqua.

Va anche ricordato che il finlandese era atteso nell’ultima corsa della giornata dopo la 250, la 500, nel gran duello iridato con il binomio della MV Agusta, Agostini e Read. E che Renzo aveva già disputato in mattinata una splendida 350, appiedato a tre giri dal termine da un grippaggio (segnale di predestinazione?) della sua HD, dopo aver ripreso il battistrada Agostini (MV Agusta) con un inseguimento che aveva mandato in estasi i 100 mila convenuti per il GP d’Italia.

Trenta i corridori ammessi allo start (erano 47 nelle pre qualifiche). Cinque in prima fila: Saarinen, Kanaya, Pasolini, Lansivuori, Braun. Motori spenti, piloti a terra, pronti a spingere la moto, folla ammutolita.

Chi scrive queste note, all’epoca inviato di un quotidiano nazionale, dà un’ultima pacca sulle spalle all’amico Renzo e s’incammina verso la fine del rettilineo (all’epoca non c’erano varianti).

S’abbassa la bandiera a scacchi e un sibilo, un boato, scuote l’aria. Il gruppone giunge alla fine del rettifilo, a manetta. Settecento metri di lancio con partenza da fermo spingono i bolidi a oltre 200 kmh all’ingresso del curvone. Il serpentone punta sul bordo di sinistra, poi “vira” tutto sulla destra per tagliare la curva. Mi passano a pochi metri, gomito a terra, a velocità incredibile. Da dietro, lo spettacolo è superbo. Il cuore da appassionato impazzisce. La scena toglie il respiro.

Poi un attimo lungo una vita. Sgomento. Assisti impietrito e impotente. Come una grande orchestra cui in pochi millesimi uno ad uno vengono “spenti” gli strumenti. Un filmato scolorito e senza più audio. Scene fuori dal tempo che svaniscono in uno spazio senza più confini. Sull’asfalto è una danza impazzita di ruote, pezzi di moto, tute nere che volano come birilli.

Cala, fino a spegnersi, l’intensità della melodia. E rimbombano stridori, tonfi, lamenti e grida di disperazione. Sale un fumo cupo, denso, presagio di morte. Il fuoco delle balle di paglia corre lungo la lama del guard rail. La “vecchia signora” incassa il suo credito e copre l’autodromo con il suo manto di lutto. A piedi, molti piloti, chi indenne chi zoppicante e sanguinante, tornano indietro, verso i box . Tutti piangono. Tutti scuotono la testa. La tragedia si è consumata.

La Rai riprende la gara in diretta in b/n, con una telecamera fissa per cui in tv si vede l’uscita della Parabolica, il rettifilo e niente più. Per interminabili minuti, dai teleschermi Mario Poltronieri rassicura. Ma poi ogni remora cade e si rende pubblico il conto salatissimo dell’accaduto.

Davanti a Pasolini, un pilota in testa, si imbarca. Forse Renzo è costretto a “pelare” il gas: è grippaggio del cilindro di destra. La ruota posteriore della HD svirgola, la moto si impenna a cannone, sbalza in alto il riminese che ripiomba sull’asfalto e fa un volo pauroso di oltre 50 metri. Saarinen, in scia, non può evitare il bolide di Schiranna. Lo centra in pieno. Jarno vola in aria e poi picchia duro a terra e va a sbattere sulla lama del guard rail massacrandosi la testa.

La Yamaha del finlandese centra il guard rail e rimbalza in pista decimando gli altri corridori. E’ l’inferno. Piloti e moto ovunque. Prendono fuoco le balle di paglia. I primi soccorritori si trovano davanti a uno spettacolo agghiacciante.

Due medici tentano disperatamente di rianimare Pasolini con la respirazione bocca a bocca e il massaggio cardiaco. La prima autoambulanza giunge dopo 11 minuti e corre via con Saarinen che giunge cadavere in infermeria. Renzo dà segni di vita ma il suo cuore cessa di battere pochi minuti dopo vicino al corpo dell’altro sventurato pilota.

Il papà di Renzo, Massimo, attende impietrito. Così come la bella e pallida Soili, moglie di Jarno, chiusa nella sua disperazione.

Poi, dopo, mille congetture, illazioni, polemiche, persino cause durate anni. Tutto inutile.

Renzo, l’antidivo dal sorriso mesto sotto gli occhialoni da tartaruga e Jarno, funambolo sul ghiaccio, ingegnere meccanico e titolare di una azienda di pompe funebri a Turku, il più forte pilota degli anni ’70, se ne andavano così. Per amore di quel motociclismo che divorava i suoi figli migliori. Per l’insipienza e l’arroganza di chi quello sport dirigeva.

foto | Renzo Pasolini

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