Campioni senza "corona": Otello Buscherini, sogni infranti al Mugello

Ero presente il 27 marzo 1966 a Riccione quando Otello Buscherini debuttò con un bel secondo posto su una Benelli 60 super privat sul circuito del lungomare romagnolo ed ero proprio all’Arrabbiata uno del Mugello quando il 16 maggio 1976 il 27enne pilota forlivese finì tragicamente la sua promettente carriera.

Entrambi nati nel 1949, Otello sorrideva divertito quando gli dicevo che i colori della sua tuta da corsa – il bianco e il rosso - erano quelli ufficiali della mia città, Pesaro, beneaugurante per il futuro di un ragazzo che aveva fatto del motociclismo e delle corse la propria ragione di vita.

La stagione 1976 – quella del canto del cigno di Giacomo Agostini e della MV Agusta - subiva ancora la cappa funerea della tragedia monzese del 1973 (con la morte di Renzo Pasolini e Jarno Saarinen e poi con la successiva tragedia nello stesso curvone, di Galtrucco, Colombini, Chionio), tragedie infinite: nel 1975 il 4 maggio a Imola muore il 27enne romano (di Colleferro) Tommaso Piccirilli; il 20 luglio al Mugello muore il 23enne veneto Carlo Fiorentino (prima vittima del nuovo circuito toscano); a Misano resta in coma profondo lo spezzino Luciano Rossi; a Civitanova Marche muore il parmense Giuseppe Lunardi.

Ad Assen periva il 23enne campione tedesco delle 350 Rolf Thiele; al Bol D’Or toccava al 30enne giapponese Morio Sumiya; al TT dell’isola di Man perivano gli inglesi Phil Gurner e Peter Mc Kinley. Per non parlare delle decine e decine di piloti infortunati più o meno seriamente e della morte del cesenate Paolo Tordi, avvenuta proprio nel corso dello stesso GP d’Italia che costò la vita a Otello Buscherini.

L’autodromo del Mugello, spettacolare quanto impegnativo e pericoloso, era stato inaugurato nel 1974 e già due anni dopo fu teatro, davanti a una imponente cornice di pubblico, del GP delle Nazioni. In una giornata primaverile assolata, dopo aver corso in mattinata una 125 in chiaroscuro, Buscherini non voleva mancare il colpaccio nella 250 in sella alla competitiva Yamaha bicilindrica dell’importatore venezuelano.

Il forlivese, rimasto ingolfato nel serpentone al via, si riprese subito, agganciandosi al gruppetto di testa con “numeri” che accesero la folla sugli spalti. Ma il boato del pubblico si trasformò subito in un cupo silenzio, anticipatore della tragedia: Otello aveva sferrato l’attacco nel punto più insidioso, in piega, all’Arrabbiata uno, per lanciarsi poi verso la salita dell’Arrabbiata due. Il bolide ebbe uno scarto tremendo, innescando a forte velocità la paurosa carambola fuori pista, con l’esito tragico. Otello inseguiva la sua vittoria più luminosa e incontrò il buio della morte: lasciava lì, nella polvere insanguinata di una arena traditrice, con la vita, il suo sogno iridato, oramai a portata di mano.

Che c’entra la fatalità di fronte alla mancanza di spazi di fuga e alla presenza di guard-rail e altri ostacoli micidiali a bordo pista, di fronte agli oltre 60 incidenti del week end di gara? Vale per Otello quanto scrivemmo per Pasolini e Saarinen. Uno dei più forti piloti degli anni ’70 se ne andava così. “Per amore di quel motociclismo che divorava i suoi figli migliori. Per l’insipienza e l’arroganza di chi quello sport dirigeva”. Punto.

Buscherini viveva per le corse, era pilota di talento, non piccolo anche se magro come un chiodo, stilista alla Provini, un Giotto del manubrio, pennellatore di rara bravura ed efficacia, generoso e d’assalto, fin troppo, con staccate e sbandate che si tramutavano anche in paurose cadute. L’ultima della quali – prima di quella fatale del Mugello – a Imola, con frattura scomposta dell’apofisi, prima vertebra cervicale ecc. Come era “duro” in pista, era altrettanto sereno, gioviale, aperto con tutti, sorridente con la battuta romagnola pronta, fuori dalla mischia delle corse.

Pluricampione italiano, voleva correre ovunque – dalla salita alla pista – e con qualsiasi moto, come sapesse che doveva fare presto, mancandogli il tempo. Corse e vinse con la Minarelli ( fu anche recordman mondiale con le 50 e 175 della Casa bolognese), con la Itom 50, Villa 125 e 250, Honda 125, Derby 125, Malanca 60 e 125, Morbidelli 125, Triumph 750, Yamaha 250 e 350. Nel 1973 era diventato uno dei “big” iridati vincendo i Gran Premi 125 di Finlandia e Cecoslovacchia, nel 1974 sfiorò il titolo mondiale delle 125 con la Malanca bicilindrica (l’ambiguità del regolamento gli costò la vittoria ad Abbazia, squalificato per le sette marce della sua moto), salì sette volte sul podio, due volte secondo e cinque volte terzo. Nel 1975 trionfò nelle 350 (Yamaha) al GP di Brno, a coronamento di una splendida stagione e di un futuro dorato, che invece si incupì, fino all’ultimo atto nero del Mugello.

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